Intervista ai The Rapture: questa è la nostra rinascita

Abbiamo incontrato Vito e Luke dei The Rapture al Tunnel di Milano, poco prima della loro unica esibizione italiana, supportata da Casa Del Mirto.
I The Rapture si ripresentano sulle scene internazionali dopo 5 anni di pausa, dopo cambiamenti all’interno della formazione e dopo aver cambiato etichetta discografica. Si può proprio affermare che la band New yorkese si sia lasciata alle spalle la pagina più cupa della propria carriera, costellata di abbandoni da parte dei membri e un rapporto difficile con le major.
Dopo aver concluso il contratto con la Universal , i The Rapture hanno deciso di tornare a navigare nelle più tranquille e salutari acque della DFA, etichetta con cui i The Rapture avevano esordito.
Ritroviamo unLuke Jenner, con una rinata stoffa da leader: sorridente e profondo, capace di interpretare le proprie attitudini dance punk, il cantante di “How Deep is Your Love” ha riacquistato fiducia nel progetto The Rapture tornando a far parte della band dopo l’addio di Mattie, il bassista.
Il nuovo disco intitolato “In The Grace Of Your Love” è composto da 11 tracce intervellate da melodie cupe a ritmi dance, dai riff graffianti e dai testi capaci di scuotere l’immaginario collettivo.
Insomma, un ritorno quello dei The Rapture che fa scalpore proprio per la qualità del materiale.
Ecco cosa abbiamo chiesto a Luke e Vito prima del loro concerto milanese:
Prima di scartare il disco e ascoltarlo, parliamo della copertina: il ragazzo sul surf è una persona molto importante per voi.
Come mai avete scelto questa foto?
LUKE: E’ una fotografia di mio padre. Per alcuni della mia vita non ho parlato con mio padre, ma non me ne curavo molto, poi mia mamma cinque anni fa è morta e allora ho sentito il bisogno di fare un passo indietro e pensare davvero alla mia vita.
Ho dovuto mettere da parte la musica e tutto il resto per un pò, sentivo di voler tornare ad avere un contatto con i miei genitori, ma non sapevo come fare perchè ero molto arrabbiato.
Ho dovuto iniziare un processo mentale che mi ha portato a perdonare loro e perdonare me stesso, proprio in quel periodo poi morì anche mia nonna e questo triste evento ha fatto sì che io riscoprissi un pò di cose del mio passato.
Un giorno a casa di mia sorella abbiamo iniziato a guardare tutte le foto che mia nonna aveva conservato, foto che non avevo mai visto prima e tra quelle ho notato questa.
Mi piace perchè è molto posata e si intona con il titolo dell’album.
VITO: Quando Luke mi ha mostrato questa foto mi è subito sembrata adatta al titolo dell’album. Il volto è rilassato, nonostante il surf sia uno sport faticoso e il movimento che sta facendo è difficile, la sua espressione è rilassata.
Parliamo ora della vostro percorso con le case discografiche: avete dapprima lavorato con la DFA, poi siete passati alla Universal, il che sembrava un grande traguardo, ma poi avete deciso di tornare nuovamente alla DFA.
E’ un pò come essere tornati a casa?
LUKE: Beh, per me è come aver descritto un cerchio, perchè noi abbiamo iniziato con i nostri amici, sono cresciuto ascoltando grandi gruppi come Nirvana, Smashing Pumpinks, Pixies per cui ho davvero cercato il successo e anche essere in una major faceva parte di questo percorso, perchè tutti i miei idoli ci erano passati. Non avevo realizzato però che i tempi cambiano e che non è rimasto tutto come un tempo.
Quindi ora siamo tornati, ma circolarmente: abbiamo realizzato qual era il percorso da compiere.
Per questo nuovo album avete lavorato con Philippe Zdar, uno dei due Cassius. Come è stato lavorare con lui?
LUKE: Credo che questo album sia stata una delle esperienze più piacevoli che abbiamo fatto e sicuramente l’album più divertente.
VITO: Già, Philippe è una persona splendida: è un ragazzo davvero talentuoso, musicalmente. Sicuramente ci sono molte persone con talento, ma credo che la cosa più importante per noi adesso fosse lavorare con qualcuno di entusiasta e appasionato per quello che abbiamo fatto e quello che stavamo registrando.
Dateci qualche istruzione per l’ascolto di “In the Grace Of Your Love”: suggerite di ballare o solo di tenere il ritmo ascoltando le vostre canzoni? L’etichetta dice “gruppo punk dance”… ovvero? Le atmosfere si fondono di ritmi dance e riff più dark…
VITO: Beh, era esattamente ciò che avevamo intenzione di fare: non volevamo essere una sola cosa. Noi non abbiamo mai deciso di essere una punk band o nemmeno di rinchiuderci in un unico genere e credo che Philippe Zdar abbia interpretato questo nostro mood e anzi ci abbia valorizzato.
Quale genere di musica e che artisti hanno influenzato la nascita di “In The Grace of Your Love”?
LUKE: Ho ascoltato così tanto rock, punk e dance che mi sembrava di aver ascoltato tutto. Tutti hanno qualcosa che non hanno ascoltato, ma mi sembrava davvero di conoscere tutto più o meno, di aver ascoltato davvero tutto. Per me è davvero importante ascoltare generi differenti, così da poter definire le radici di ciò che ascolto.
Quindi le radici della country music, della soul e così ad esempio durante il periodo di iato ho frequentato una chiesa, appassionandomi alla gospel music e ho scoperto che sentirei più fiducia in me stesso a cantare in un coro, perchè sono abituato a cantare sempre da solo.
Ho ascoltato molta musica harmony e i miei preferiti sono i The Louvin Brothers che sono stati l’influenza maggiore dei The Everly Brothers che a loro volta erano i maggiori ispiratori dei The Beatles. Riscopro la musica all’indietro e credo che per me sia sempre un tornare alle radici.
Credo che il maggior errore che una band possa fare è essere influenzata da ciò che è la moda del momento, è meglio andare a ricercare le origini: se sei appassionato di una band la cosa migliore è andare ad ascoltare chi ha ispirato loro stessi.
Parlando dei testi delle canzoni si possono incontrare temi molto profondi, che hanno a che fare con questioni personali e di alto spessore: parlano del tuo periodo di crescità Luke?
LUKE: Esatto, credo che questo album sia ancora più personale di quelli precedenti. Sai, io sono sposato da 10 anni e credo che questa relazione in particolare, mi abbia permesso di crescere e pretende di avere relazioni profonde e anche il rapporto affettivo con mio figlio mi ha consentito di crescere. In generale il diventare grandi e adulti ti porta a interessarti di meno di ciò che pensano gli altri, il che ti permette di pensare più a cosa pensi tu.
Il rinnovato rapporto con la band mi ha aiutato e mi ha consentito di essere più profondo nei testi.
In definitiva si può affermare che questo album sia una sorta di rinascita per i The Rapture?
LUKE: Per me è stato assolutamente così. Le cose, per quanto mi riguardava, non andavano più.
Ho dovuto lasciare la band ad un certo punto perchè non riuscivo più ad esprimere me stesso, e penso che il modo in cui stavamo lavorando era molto soddisfacente per alcuni aspetti, ma aveva uno stile “adolescenziale” e ci stava consumando perchè non parlavamo abbastanza tra di noi.
Così cercato di dare il massimo, ma ora siamo tornati e abbiamo aperto una nuova porta.
VITO: E’ stata una rinascita per molti aspetti: anche solo per il fatto che siamo scomparsi per cinque anni e ora torniamo con un album davvero fresco.
Voi siete praticamente cresciuti insieme: com’è suonare oggi ancora insieme?
LUKE: Ci siamo conosciuti a 9 anni, vivevamo a San Diego, poi nel giugno del 1999 ci siamo trasferiti a New York. La mia famiglia era un pò particolare perchè mia madre era molto malata e mio padre non era spesso a casa quindi ero solito chiamare Vito e chiedergli se a casa sua c’era qualcosa da mangiare, perciò ci vedevamo ogni giorno.
Il nostro è un rapporto molto vero.
Quale tra i gruppi sulla scena ritenete particolarmentevalido in questo periodo?
VITO: Direi i Poolside, che sono stati nostri opener durante il tour americano.
LUKE: Uno dei motivi per cui sono stato più contento di lavorare con Philippe è perchè ho apprezzato molto il disco dei Phoenix. A dire il vero però, per molto tempo non ho ascoltato band attuali perchè sono stato molto competitivo e vedevo qualsiasi altro gruppo come un rivale, da poco mi sono concesso il privilegio di ascoltare dischi degli ultimi dieci anni.










